La cucina Romana è un vero “saporoso” riassunto di tutta la cucina della regione Lazio: una gastronomia varia nella quale compaiono apporti di zone confinanti e di altre comunità.
Minacciata dalla globalizzazione dei fast food, accusata di eccessi lipidici, biasimata da noiosi igienisti, puntigliosi salutisti, evitata dai vegetariani, la cucina tradizionale romana muore per l'ineguatezza degli stomaci moderni a metabolizzare condimenti robusti e sapori decisi.
Il sushi sostituisce la pajata, il pollo alle mandorle la coratella.
La cucina di Roma è “macellara”: fa base sul cosiddetto “quinto quarto”, interiora, animelle e frattaglie, diaria degli operai al mattatoio. Esige digestioni lente e consente soltanto brevissime conservazioni e rapidi consumi. Povera, plebea, autoctona (non si mangiano mai le sue pietanze al di là dei Castelli Romani) eccessiva e sguaiata come il popolo della città di Dio (così Pasolini definiva Roma) che la inventò all'ombra dei macelli capitolini, la cucina della tradizione s'è asserragliata in trattorie e ristoranti. Dove spesso, adattata ad un gusto più leggero, viene tutt'ora servita nella sua antica schiettezza.
La cucina dei Castelli Romani ha molto condizionato la tradizione della grande cucina romana, arricchendola con apporti specifici o preparazioni particolari. Volendo fare un rapido excursus tra le pietanze tipiche, occorre citare per prime le ricercatissime insalate alle erbe selvatiche, composte da creste di gallo, ruchetta, porri, erba cipollina e radicchio. Una menzione particolare va al rustico misto di campo, formato da crispigno, bucalossi, trivoli, ramolaccio ed erba dolce che prima si cuociono poi si strizzano e si ripassano in padella con aglio olio e peperoncino.
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